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Nella seduta Consiliare del 18 giugno 1866 veniva deliberata
la costruzione di una nuova Barriera, denominata
"Garibaldi", là dove prima sorgeva il Portello Sile, e di un
"Fabbricato ad uso dell'Ufficio Daziario". La Congregazione
Provinciale autorizzava questa nuova trasformazione
urbanistica ed il contratto di appalto veniva firmato il 29
giugno 1866.
Il progetto, ad opera di F. Bomben, prevedeva, oltre alla
costruzione dell'Ufficio Daziario, anche la sistemazione
della riva sinistra del Sile, della pavimentazione stradale
e la costruzione di una cancellata in ferro.
Proprietari del terreno erano i fratelli Giacomelli - uno
dei quali era il Podestà di Treviso - che il 23 giugno 1866
cedettero metri quadrati 122,72 per fiorini 381,91. I lavori
di costruzione terminarono nella primavera del 1867, ma il
costo previsto di fiorini 4940:34 salì a 5978:79,
corrispondenti a Lire Italiane 14762:44. liquidate il 28
dicembre 1867. La nuova Barriera iniziò a funzionare il 1
ottobre 1867 ma, mancando una "apposita pesa a ponte", i
carichi voluminosi restavano esclusi dall'ingresso in città
attraverso la Barriera, mentre rimaneva aperto anche di
notte il passaggio ai pedoni ed ai "ruotabili".
Per la costruzione delle opere murarie veniva consigliato il
riutilizzo del materiale proveniente dagli edifici abbattuti
e da tratti di mura urbane. L'edificio, a pianta
triangolare, aveva le pareti rivolte verso l'interno e
l'esterno della città, non solo "intonacate a bugne per
tutta l'altezza del piano terreno", ma anche "tagliate nella
muratura". I lavori lapidei per l'abbellimento delle
facciate, furono eseguiti in "pietra di Verona" e non di
Cismon, di Cugnano o di Lago, come erano in previsione,
senza aumento di prezzo per il committente. La scritta
"Barriera Garibaldi", in color rosso, era posta sulla fascia
inferiore dell'architrave sopra il bugnato, sia sulla
facciata interna che esterna della città.
Il tetto, a varie falde e coperto con tegole, poggiava su
una cornice di finimento in cotto con modiglioni di pietra
viva nelle due facciate visibili, mentre in quella rivolta
verso il giardino Giacomelli, anche i modiglioni erano in
cotto.
Le aperture del piano terra erano munite di inferriate in
ferro fuso, mentre il sovrapporta dell'ingresso era in ferro
battuto. Il portone di ingresso era "di doppia grossezza ad
una o due partite [...] di tavola di abete a scandola",
mentre le porte interne erano di "abete a specchio".
I pavimenti del piano terra furono rivestiti con macigni
provenienti dalle cave di Monselice e con tavole di abete al
primo piano; la scala a chiocciola che univa i due piani era
in "stellare di Verona" e contava 32 gradini compresi i 4
"riposi".
Per risparmiare, la ringhiera era a colonnine di legno e non
in ferro come previsto dal capitolato d'appalto. Il "vaso"
scala era sormontato da una cupolina ellittica poggiarne su
cornicetta, mentre il vestibolo aveva il soffitto "a mezza
vela".
Le latrine per gli impiegati avevano i "sederi" (sedili) in
pietra di Cugnana lucidata con i "coperchi in rame". |
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